Coppie, genitori e figli

Beatrice e Davide (nomi di fantasia) sono due genitori con un figlio di 4 anni, Guido.

Guido è un bel bambino, sano e con quoziente intellettivo nella norma, figlio unico.

Beatrice e Davide sono entrambi laureati, lavorano e hanno i genitori viventi.

Portano il bambino in valutazione ad una psicologa, più volte sollecitati dalle maestre dell'asilo.

Il bambino, infatti, è violento con i suoi compagni, gioca sempre da solo, non ascolta le maestre, non riesce a star fermo e ha frequenti attacchi di rabbia.

I genitori temono l'ADHD, una psicopatologia molto controversa (per alcuni autori non esiste affatto) con sintomi che vanno dalla disattenzione patologica, all'ipercinesia (un eccesso di movimenti incontrollabile).

In anamnesi emerge che i genitori spesso non dormono tutta la notte, svegliati dalle continue richieste del bambino (acqua, bisogni fisiologici spesso inesistenti, latte, biscotti, richiesta di giochi, ecc..). I genitori si alzano insieme. Lo hanno sempre fatto, anche quando il bambino non stava bene, cercando di riposare sul divano o sul tappeto, tutti e tre, dal momento che il figlio non vuole tornare a letto.

Emerge anche che Guido decide, già da tempo, cosa guardare in tv, cosa mangiare, come vestirsi, se si esce o si sta in casa, ecc... Decide prima che si faccia la spesa.

Non è che i genitori non vogliono farsene carico; quello che li spaventa è il conflitto con il bambino.

L'immedesimazione dei genitori in quello che il bambino potrebbe provare a sentirsi dire di no li angoscia a tal punto da evitare di farlo, persino quando sanno che non è giusto.

Si evidenziano anche distorsioni cognitive su questo argomento, giustificazioni sul fatto che "in fondo è meglio così perché lui deve imparare a scegliere".

In realtà la scelta su qualsiasi argomento, da cosa mangiare, fare, che vestito mettere, cosa comprare quando si fa la spesa, ecc.. è un impegno enorme per un bambino di quell'età. Il termine psicologico che si usa è "adultizzato".

E non è solo la scelta a pesare, ma il fatto di non riuscire a vedere i propri genitori come base sicura e accudente, che sanno e fanno quello che è meglio per lui. Questo sentirsi da solo, adulto prima del tempo, destabilizza Guido che vorrebbe invece poter contare sui genitori.

Chiaramente, non è un pensiero cosciente, ma Guido soffre perché è come se non avesse punti fermi, non sa trovare i suoi limiti ed è come se camminasse su un terreno che si modifica ad ogni passo. La complessità delle scelte e il non potersi affidare completamente ai genitori che invece lo trattano come un adulto, confonde e spaventa il bambino, che reagisce con rabbia quando il contesto non è quello a lui conosciuto. In asilo, con gli altri bambini e le maestre che non gli permettono di fare quello che vuole, Guido non sa come gestire la frustrazione. Non l’ha mai dovuta affrontare, sempre anticipato nei suoi bisogni, nel tentativo di evitare il conflitto con lui.

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La storia che ho raccontano, tratta da diverse storie similari conosciute come psicologa, reca anche un'altra costante: il fatto che i genitori portino il bambino in valutazione, convinti che ci sia una patologia in qualche modo organica alla base del suo comportamento.

E, purtroppo, spesso la reazione del mondo sanitario avalla la loro convinzione, fornendo farmaci che non risolvono il problema e finiscono per stordire il bambino che si trova ancora più confuso.

Invece, i disequilibri generati da errate convinzioni dei genitori possono creare scompensi anche molto seri per i bambini.

In questi casi occorre ragionare su queste convinzioni e su cosa davvero necessita il bambino.

I nuovi genitori dispongono di moltissime informazioni, decisamente molte di più rispetto al passato, grazie soprattutto ad Internet. Il modello genitoriale precedente viene rifiutato, poiché si riconoscono gli errori relativi alla mancanza di empatia e affettività che esso conteneva. Inoltre, il fatto che in passato i figli di una coppia fossero in numero decisamente maggiore rispetto ad oggi, non consentiva ai genitori di seguirli in modo attento.

Paradossalmente, però, il rifiuto totale dei modelli precedenti e l’enorme mole di informazioni disponibili fa si che spesso si rinuncia a consultarle e si cerchi un modello nuovo.

Si cerca di usare quindi se stessi come paragone per interpretare la realtà dei figli, convinti che sia una ricetta utile ed efficace.

Purtroppo però, mettersi nei panni dei figli, è tutt’altro che un metodo educativo adeguato. Infatti, i bambini non hanno le nostre esperienze, nè il grado di maturazione cerebrale, il livello cognitivo, la conoscenza e il controllo delle emozioni, i significati, le implicazioni, i timori, la consapevolezza e la metacognizione o la previsione delle conseguenze di un'azione che può avere un adulto.

Cercare di interpretare le esigenze di un bambino guardandolo con gli occhi di un adulto è addirittura uno degli errori attribuiti a Freud, superato poi dall'Infant Research.

In questa cornice, si inseriscono anche le aspettative di essere padri e madri.

E' chiaro che a nessun genitore che ama i propri figli possa far piacere farli piangere. Ma l'idea che l'interazione con i figli debba essere fatta solo di sorrisi e comprensioni, è irrealizzabile.

Il primo passo per imparare a gestire i conflitti è ammettere che possano esserci. E ci saranno, perché siamo umani.

E non esistono genitori perfetti. Anzi, guai se ce ne fossero!

Riferendosi al ruolo di madre, ad esempio, Donald Winnicott, psicoanalista inglese, sottolineava che ella deve essere "sufficientemente buona", cioè imperfetta, ma equilibrata e affettivamente presente.

Il pericolo non è sbagliare, quindi, ma non riconoscere che si hanno dei limiti. Limiti non solo come persona, ma anche come genitore nei confronti dei figli.

Il comportamento dell'immedesimazione viene vissuto dai genitori come la massima espressione dell'amore, un grande dono, un sacrificio utile per i figli.

Paradossalmente, si rivela un'invasione e una mancanza del ruolo genitoriale che il bambino ricerca.

Non ci sono più limiti fra il bambino e il genitore e manca la figura di riferimento, costante e tranquillizzante per il bambino, quella che "sa cosa fare".

Il genitore, che saprebbe cosa fare, lo chiede invece al figlio, in una fusione con lui, sottraendosi al ruolo.

E' come se un'insegnante chiedesse ai propri alunni di far lezione, sempre, per tutta la durata della scuola. Non perché non voglia lavorare, ma perché vuol bene agli alunni e non vuole che si affatichino a studiare.

All'inizio gli alunni ne sarebbero contenti, ma alla fine sarebbero stanchi di imparare da soli, non imparerebbero nulla di ciò che già noto, non saprebbero come affrontare gli impegni della scuola successiva. E sarebbero arrabbiati. Confusi e arrabbiati.

Solitamente, quando si parla di queste cose ai genitori, si sentono colpevolizzati.

Ma il mestiere del genitore non è facile. Nessuno può asserire che lo sia. E non ci sono colpe da assegnare.

Si può cambiare un comportamento che sta dando risultati inattesi

Queste situazioni, con l’aiuto di uno psicologo, possono essere identificate, accettate e poi modificate. Con pazienza e impegno, ma si possono cambiare. I bambini, poi, sono in grado di reagire in anche abbastanza fretta ai cambiamenti e apprendono con molta facilità le nuove abitudini, a patto di essere chiari, lineari e coerenti.

Il pericolo, quindi, non è sbagliare...

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Dott.ssa Anna Patrizia Guarino, Psicologa e CTP iscritta all'Ordine degli Psicologi del Lazio. Si occupa di:

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Si occupa in particolare di affidamento, genitorialità, credibilità clinica e capacità di rendere testimonianza, test psicologici e psicodiagnosi per collaborazioni con CTU. Riceve solo per appuntamento online (Skype/Psicologionline.net) o c/o gli studi di:

 
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