Coppie, genitori e figli

Imparare a litigare senza pregiudicare le relazioni.

Prendiamo spunto dall'ottimo libro "L'intelligenza emotiva" di Daniel Goleman per fare qualche riflessione.

In qualsiasi relazione, anche quella sentimentale, ci sono momenti di incomprensione o veri e propri scontri. Essi devono essere considerati assolutamente naturali, dal momento che siamo esseri umani e che le emozioni che abbiamo non possono essere solo e solamente positive.

Rabbia, frustrazione, tristezza, paura, fanno parte del nostro bagaglio “umano” e sono utili e funzionali. Il problema è quando ne veniamo travolti e non sappiamo come gestirle.

Una relazione fatta solo di sorrisi, baci e carezze, in realtà sarebbe innaturale.

Probabilmente sarebbe una relazione fatta di evitamenti, cioè di continui tentativi di negare situazioni ed emozioni che però poi, inevitabilmente, saranno “nodi che vengono al pettine”.

Pertanto, la famiglia del classico "Mulino Bianco" è una famiglia innaturale.

Va detto però che nemmeno un continuo litigio può essere considerato naturale. Una famiglia o una relazione costantemente improntata sul litigio, non aiuta di certo a vivere sereni.

In definitiva, i conflitti esistono, non dovrebbero essere la norma, ma esistono.

Tanto vale imparare a gestirli.

 

Differenza fra protesta e litigio

E' bene di distinguere, come fa Goleman, fra protesta e litigio.

La protesta descrive all'altro una situazione che evidentemente questi non ha considerato.

Il litigio, invece, si basa su questioni fortemente legate alla sfera personale, che innesca emozioni molto forti poiché ci si sta difendendo da quello che è percepito come attacco alla propria persona, da parte dell’altro soggetto.

La protesta non solo è normale, ma deve assolutamente essere messa in atto.

Quando il nostro partner compie (o omette) un comportamento che ci fa sentire tristi e poi arrabbiati, la comunicazione di questa emozione deve avvenire.

Deve essere fatta altrimenti potrebbero accadere due cose:

1. il classico "vaso che trabocca", cioè la tolleranza per un comportamento che ci ferisce prima o poi finisce (e magari finisce all'improvviso). E’ quello che succede quando neghiamo a noi stessi che ci siano dei problemi, nel tentativo di non doverli affrontare, magari cullando l’immagine idilliaca di un rapporto “perfetto”;

2. la persona che ha messo in atto quel comportamento non ne conosce le conseguenze, quindi, nel tempo, quel comportamento verrà reiterato, perché non considerato lesivo.

Ci sono molte abitudini di vita che noi tutti abbiamo, ma che non è detto che siano sempre tollerate dal nostro partner. Scordarsi di fare una commissione, può essere un comportamento "compreso" in determinate occasioni, ma se avviene sistematicamente o riguarda qualcosa che lui/lei considera importante, darà luogo a interpretazioni molto negative (non ci tiene, non gli importa, è egoista, ecc..).

 

Le interpretazioni del comportamento altrui

In generale, più l'interpretazione del comportamento (inferenza sul perché si compie) sarà personalizzata, cioè legata a noi stessi, più la reazione sarà violenta.

Pensare che la persona in questione sia stata distratta, non ci provoca una reazione rabbiosa.

Ma quando pensiamo che lo ha fatto perché non gli importa di noi, non ci ha pensati, non ci considera, allora la nostra reazione sarà molto più seria.

Abbiamo almeno tre schemi:

1.  comportamento negativo>spiegazione che riguarda noi>paura di non essere amati/considerati/protetti/desiderati/importanti>reazione violenta

2.  comportamento negativo>spiegazione che riguarda noi>paura di non essere amati/considerati/protetti/desiderati/importanti>reazione violenta soffocata

3.  comportamento negativo>spiegazione che non riguarda noi> reazione comprensiva/tollerata

 

Va quindi considerato non solo il comportamento dell'altro, ma anche le nostre paure o la nostra autostima.

 

Saper litigare

E’ chiaro che non tutto quello che non ci piace debba essere fonte di una protesta. Dobbiamo chiaramente fare i conti con il nostro egoismo e cercare di comprendere le ragioni dell’altro. Quindi, quando parliamo di protesta, intendiamo qualcosa che ci fa soffrire davvero, e per questo va detto all'altra persona.

Tuttavia bisogna saperlo dire.

Secondo Goleman, il problema maggiore è che invece di far capire all'altro come il suo comportamento ci fa sentire, si ricorre all'accusa personale.

Si ricorre al TU SEI…

Sappiamo che qualsiasi minaccia rivolta alla nostra persona, ci farà reagire in modo più violento. In realtà, tutto quello che è legato a noi, alla nostra identità, ci provoca reazioni psicofisiche più intense, persino quando dobbiamo apprendere qualcosa; la memoria, ad esempio, è più potente quando un evento ci coinvolge in prima persona.

Questo però vale anche per gli altri.

Se la protesta rimane legata alla critica del comportamento, seguita da una spiegazione di come quell'azione ci ha fatto sentire (IL TUO COMPORTAMENTO MI HA FATTO SENTIRE TRISTE, NON CONSIDERATO, ecc…), abbiamo molte possibilità che l'altro consideri seriamente quello che stiamo dicendo e che possa pensare di cambiare quel comportamento.

Se invece accusiamo l'altro di essere/non essere qualcosa, invece di riferirci al suo comportamento, la sua reazione sarà di difesa.

In altre parole, avremo l'effetto contrario che desideriamo; la chiusura e il distacco.

 

Continua...

 

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